Vaticano: lo scandalo immobiliare da 2 miliardi di euro

(Roma)ore 18:28:00 del 17/03/2019 - Categoria: , Denunce, Economia

Vaticano: lo scandalo immobiliare da 2 miliardi di euro

Vicino Gerusalemme i salesiani hanno venduto per 80 milioni, grazie alla mediazione del legale personale del premier israeliano, un enorme terreno.

In Israele, a una trentina di chilometri da Gerusalemme, c’è un terreno con una vigna e qualche migliaio di alberi di ulivo che sta creando scompiglio e preoccupazione nei palazzi del Vaticano. Perché su quell’appezzamento in Terra Santa, oltre un milione di metri quadri di proprietà della congregazione dei salesiani, si sta combattendo da mesi, e in gran segreto, una battaglia senza esclusione di colpi. Con missionari italiani, economi lussemburghesi, costruttori, truffatori e avvocati (tra cui quello del premier israeliano Benjamin Netanyahu) l’un contro l’altro armati per tentare di mettere le mani su un affare immobiliare che vale, sulla carta, oltre due miliardi di euro.

Proprio così. Sui 103 ettari, podere di una ex “scuola agricola” degli eredi di Don Giovanni Bosco, sorgerà infatti un nuovo, gigantesco sobborgo urbano. Le autorità di Gerusalemme hanno già dato l’ok alla edificazione di circa 4.300 appartamenti, che oggi avrebbero un valore di mercato medio di oltre mezzo milione di euro l’uno. Un quartiere nuovo di zecca che dovrebbe innalzarsi a poca distanza dal monastero di Beit Gemal e dalla cittadina di Beit Shemesh, in una zona dove gli ebrei ultra-ortodossi con famiglie numerose sono maggioranza schiacciante: alla fine la speculazione potrebbe ospitare fino a 40 mila persone.

L’affare sembrava ormai cosa fatta, ma nell’ultimo anno la faccenda si è complicata. I missionari salesiani, infatti, hanno “venduto” il terreno più volte, e hanno firmato «accordi di locazione a lungo termine» con società tra loro concorrenti. E lo stesso segretario di Stato Pietro Parolin, a causa dei pasticci dell’ordine, ha concesso il nulla osta vaticano (la legge canonica prevede che, in caso di operazioni finanziarie superiori al milione di euro, le congregazioni cattoliche debbano chiedere espressa autorizzazione alla Santa Sede) a due gruppi avversari. Cioè quello che fa capo all’imprenditrice Ziva Cohen e quello guidato da Aka Development, una società controllata dalla facoltosa famiglia Carasso.

È proprio Aka, qualche mese fa, ad aver accusato formalmente sacerdoti e Vaticano di fare il doppio gioco, e i rivali di pratiche scorrette. Lo scorso ottobre all’Aif (l’Autorità di informazione finanziaria d’Oltretevere specializzata in antiriciclaggio) è arrivata una segnalazione di «attività sospetta» contro il gruppo di Ziva Cohen, denuncia firmata da un avvocato rotale arruolato da Aka, Francesco Carozza.

Aka, che teme di perdere decine di milioni di euro già spesi, punta il dito pure contro la congregazione, le cui strategie finanziarie sono opera dell’economo generale Jean Paul Muller. Un lussemburghese che dal 2011 gestisce, da via Marsala a Roma, le ricche cassa dell’ordine.

L’Espresso ha inoltre scoperto che il principale consulente legale dei salesiani nell’affare di Beit Gemal è l’avvocato personale del premier israeliano Netanyahu, David Shimron. Un uomo che a Tel Aviv è temuto e rispettato, e che di recente è finito più volte sui giornali. Non solo perché deve difendere il primo ministro dalle accuse di corruzione che lo hanno travolto nei giorni scorsi: lo stesso Shimron è stato in effetti accusato di corruzione e riciclaggio dalla polizia, in merito a una compravendita da parte di Israele di sommergibili e navi da guerra costruite dal colosso tedesco Thyssenkrupp.

Ora, com’è possibile che un terreno sia stato ceduto più volte dai missionari a soggetti concorrenti? E come mai la Santa Sede ha concesso più di un’ autorizzazione a diverse aziende per la medesima speculazione edilizia? Andiamo con ordine, e partiamo dal principio. Dal settembre 2004, quando l’immobiliarista Ziva Cohen (un imprenditrice, si legge nella segnalazione all’Aif, «condannata penalmente per frode» nel 2017) mette gli occhi sul terreno degli evangelizzatori.

L’appezzamento alle pendici dei monti della Giudea ha una storia antica. Fu acquistato nel 1873 da don Antonio Belloni. Un sacerdote del Patriarcato latino di Gerusalemme che decise di costruirci su un orfanotrofio per bimbi arabi e una “scuola agricola”. Nel 1891 padre Belloni cambiò ordine, passando a quello di Don Bosco: è allora che le proprietà e il podere entrarono nell’orbita della congregazione.

Passano i decenni, e la “scuola agricola” e l’orfanotrofio chiudono. Le piante di ulivo, la vigna e le preghiere restano le attività principali dei missionari. Ma agli inizi del nuovo millennio a Roma si accorgono che il tumultuoso sviluppo demografico e urbanistico della zona, a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv, sta trasformando il terreno comprato per pochi spicci da don Belloni in una potenziale miniera d’oro.

Ziva Cohen sa che la zona sta per diventare edificabile e così, attraverso tre sue società, fa ai preti una proposta di locazione a lungo termine. Un’offerta che, si legge nell’esposto dell’avvocato di Aka all’Aif, «prevedeva il corrispettivo di 24 milioni di dollari» a favore dei salesiani per l’affitto della terra. L’ordine accetta subito. Ma la validità della proposta era condizionata a un requisito preliminare: l’approvazione della stessa «da parte della Santa Sede». Sia nel 2005 sia nel 2007, dice Aka, il permesso fu negato.



Se ne ignorano i motivi. È un fatto, però, che i salesiani e l’immobiliarista non si danno per vinti. E decidono di stipulare, attraverso un’altra società della costruttrice chiamata Kidmat Eden, un nuovo accordo. Stavolta per un vero e proprio sviluppo immobiliare del terreno. Leggendo le carte, si scopre che la Cohen avrebbe ottenuto una commissione pari al 17 per cento del valore complessivo dell’operazione commerciale in caso lo sviluppo fosse andato a buon fine. Un fiume di denaro.

Vista la difficoltà di ottenere il nulla osta da Roma, la Cohen fa inserire nel contratto anche un’altra postilla: nel caso i preti avessero deciso, in futuro, di vendere o cedere in affitto lo stesso appezzamento ad altri soggetti, lei e la sua società avrebbe goduto di un diritto di prelazione.

Anche questa intesa, secondo la denuncia di Aka spedita all’Aif, non fu però mai approvata dal Vaticano. Tanto che dopo qualche anno, nell’impossibilità di andare avanti nel progetto immobiliare, la Cohen e i salesiani finiscono ai ferri corti. Un lodo arbitrale stabilì che «l’ordine avrebbe dovuto risarcire Kidmat Eden per aver impedito alla stessa, e in mala fede, di sviluppare il terreno». L’importo per la compensazione fu stabilito in 40 milioni di shekel israeliani, pari a oltre 10 milioni di dollari.

Fine della storia? Nemmeno per sogno. Passano le stagioni, cambiano i papi e i segretari di Stato, e nel 2013 l’economo Muller affida all’avvocato Shimron il compito di trovare nuovi compratori per il fondo. La prescelta stavolta è la Aka Development. I suoi rappresentanti dicono oggi all’Espresso che il contratto con i salesiani fu stipulato nel 2015, «dopo che il convento aveva offerto il terreno, tramite il suo rappresentante legale Shimron, a vari promotori immobiliari, presentandolo come una proprietà libera e disponibile».

L’accordo tra salesiani ed Aka prevede anche stavolta una locazione a lungo termine. Il mercato immobiliare rispetto a dieci anni prima è però schizzato alle stelle, e i nuovi soci accettano di versare ai missionari - si legge nel documento - la bellezza di 300 milioni di shekel, pari a 80 milioni di dollari. Il 12 agosto 2015, per la prima volta, arriva il sospirato nulla osta della Segreteria di Stato guidata da Parolin: come annuncia l’allora nunzio in Israele Giuseppe Lazzarotto in una lettera al vicario generale dei salesiani Francesco Cereda, «la Santa Sede ha confermato che i salesiani di Bon Bosco sono autorizzati a entrare nell’accordo di locazione a lungo termine con Aka». Quest’ultima bonifica subito dopo ai salesiani una prima rata, pari a 45 milioni di shekel.
Contestualmente i preti dichiararono (sempre a leggere quello che scrive l’avvocato rotale all’Aif) che il vecchio diritto di prelazione di Ziva Cohen «era nullo e decaduto».

Nulla di più lontano dalla verità, invece. Cohen e la sua Kidmat Eden fanno causa a tutti, e nel marzo 2018 - quando la speculazione di Aka stava ormai per partire - la Corte Suprema israeliana conferma la validità del diritto di prelazione della costruttrice «condannata per truffa». Aka, ovviamente, impugna la decisione in tribunale.

Che fanno allora i salesiani? Invece di attendere gli esiti della battaglia giudiziaria, Muller e Shimron cambiano nuovamente cavallo. Mollano i compagni d’avventura di Aka e firmano un terzo accordo con altre due società riferibili a Ziva Cohen: la Ramat Beit Shemesh Flowers e la Stenden Company, che secondo Aka sarebbe solo una fiduciaria che nasconde «beneficiari terzi la cui identità» scrive il legale all’anticorruzione vaticana «non è nota».

L’ennesima intesa sulla speculazione è dello scorso aprile 2018. E prevede, oltre all’affitto della terra per 98 anni, che i legali di Cohen e quelli dei salesiani (dunque lo Studio Shimron) ricevano una percentuale sul prezzo finale delle proprietà vendute. Lo 0,875 per cento dei profitti finali del business: dovessero essere piazzati tutti gli appartamenti previsti che la municipalità ha già approvato, in pratica i mediatori intascherebbero a testa decine e decine di milioni di dollari. Secondo Aka, il compenso potrebbe essere alla fine pari al 30 per cento della somma totale incassata dai salesiani per l’affitto della terra. «Una commissione folle».

«Shimron accusato di corruzione e la Cohen condannata per truffa? Scriva pure che io non ho alcun problema a fare affari con loro. Per me David è una persona seria, e noi come ordine non abbiamo fatto nulla di sbagliato. Noi abbiamo solo rispettato una sentenza dei giudici israeliani. Aka sapeva perfettamente che esisteva quella clausola di prelazione, e si sono assunti il rischio», ci spiega Muller.

Leggendo alcune lettere riservate della Congregazione, è chiaro che è stato proprio l’economo lussemburghese, insieme al vicario dei salesiani don Cereda, a spingere Parolin - che nel 2015 aveva dato il nulla osta per l’operazione con Aka - a firmarne un altro nel 2018 in favore delle società della Cohen.



La nuova autorizzazione è protocollata il 17 settembre dell’anno passato. Quando il nunzio in Israele Leopoldo Girelli comunica la notizia ad Aka, che avendo in tasca l’autorizzazione del 2015 era sicura di spuntarla in tribunale, la battaglia si fa incandescente. Allargandosi dalla Terra Santa fino alla Città Eterna. Aka grida al complotto, sostiene che Parolin citi nel nuovo permesso «un contratto con la Kidmat che non è mai esistito». L’Espresso ha contattato fonti vicino alla Segreteria di Stato, che commentano come il doppio nulla osta non sia affatto illegale o contraddittorio. «Quello che Aka non ricorda è che è stato l’ex segretario di Stato Tarcisio Bertone, il 22 giugno 2010, a concedere una prima autorizzazione ai salesiani. Si tratta di un permesso volutamente ampio, che lasciava la congregazione libera di negoziare l’accordo a lei più conveniente, senza indicare né un soggetto predeterminato né un termine temporale alla vendita del terreno», ragionano gli uomini di Parolin. «Noi non abbiamo fatto altro che confermare, di volta in volta, l’autorizzazione in vigore già dal 2010, che è così generica da poter essere applicata a qualsiasi ditta. Detto questo noi speriamo che la controversia possa ricomporsi pacificamente».

Ballano miliardi, e una transazione non sarà facile. Chissà se don Belloni avrebbe mai immaginato che un terreno brullo comprato per costruire un orfanotrofio avrebbe scatenato, 150 anni dopo, simili appetiti.

Da: QUI

Inserzionista Gerardo

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