Transference: provato

(Bari)ore 23:13:00 del 28/09/2018 - Categoria: , Videogames

Transference: provato

La storia del gioco non ci verrà raccontata in modo lineare attraverso sequenze preimpostate: frammenti degli eventi ci saranno rivelati nel corso della partita, e starà a noi ricostruire il puzzle. 

 

SpectreVision è una casa di produzione cinematografica holliwoodiana fondata dal celeberrimo Elijah Wood. Sul palco dell’E3 2017, era stato annunciato che il team avrebbe collaborato con Ubisoft per la realizzazione del suo primo videogioco, il thriller Transference. Con la promessa di unire il mondo del cinema a quello del videogioco in un’esperienza narrativa coinvolgente, Transference può certamente dirsi un progetto ambizioso: ad un passo dalla sua uscita, prevista su PCPS4 e Xbox One (con supporto per le periferiche di realtà virtuale Playstation VROculus Rift HTC Vive) siamo pronti a darvi il nostro verdetto.

La mente di un genio o di un folle?

Appena avviato il gioco, veniamo accolti da un filmato in cui lo scienziato Raymond Hayes ci racconta della sua ultima invenzione: sembra aver trovato un modo per replicare la coscienza umana che consenta ad essa di vivere una vita eterna. Il video di introduzione è stato girato con un attore in carne ed ossa, e durante il gioco troveremo altri filmati di questo genere, che andranno ad esplorare la caratterizzazione della famiglia Hayes, composta dal già citato Raymond, dalla moglie Katherine e dal figlio Benjamin. Subito dopo il filmato, veniamo catapultati in una ricostruzione virtuale della casa della famiglia Hayes.

Non ci viene rivelato niente sulla nostra identità o su dove ci troviamo, ma ci vorrà poco per capire che, in Transference, il nostro obiettivo sarà quello di scoprire cos’è successo alla famiglia Hayes. Qualcosa, durante gli studi di Raymond, è andato storto: la voce di Benjamin che, disperata, ci chiede di trovare sua madre; la presenza di un’ombra misteriosa che sembra seguire ogni nostro passo; la scomparsa di Laika, il cane di famiglia.

Niente, o quasi, sembra essere al suo posto. La storia del gioco non ci verrà raccontata in modo lineare attraverso sequenze preimpostate: frammenti degli eventi ci saranno rivelati nel corso della partita, e starà a noi ricostruire il puzzle. 

Per questo è difficile parlare del comparto narrativo di Transference: accennare qualsiasi cosa significherebbe rovinare parte della sorpresa del giocatore e, soprattutto, parte del lavoro di deduzione. Quello che possiamo dirvi, infatti, è che il gioco non vi rivelerà mai apertamente la sua storia: per quanti indizi possiate raccogliere, sarete sempre voi a dover mettere insieme i pezzi nell’ordine che vi sembra più congeniale.

Gli enigmi sono presenti in discrete quantità per un gioco dalla longevità così limitata (mettete in conto tra i 90 e i 120 minuti) e, nella maggior parte dei casi, sono piuttosto intelligenti e intuitivi, basandosi sull’osservazione dell’ambiente, sull’ascolto di voci e messaggi audio (il tutto è fortunatamente sottotitolato in italiano) e su un po’ di intuito, visto che già dopo 5 minuti di gioco il rischio è di sentirsi parecchio spesati.

Gli ambienti tendono inevitabilmente a riciclarsi nonostante molti oggetti siano visti con occhi diversi e tutta l’atmosfera incute nel giocatore un mix di ansia, tensione e claustrofobia, anche grazie all’ottimo lavoro svolto sulle voci e sul sound design e a una produzione che, soprattutto in ambito VR, testimonia un certo valore produttivo (dietro all’operazione c’è infatti Ubisoft). Ho giocato Transference su PlayStation VR e in parte anche su PC senza la VR e devo ammettere che senza l’apporto della realtà virtuale il gioco perde parecchio (togliete pure mezzo punto alla valutazione finale), pur risultando una bella esperienza per i patiti di walking simulator.
La realtà virtuale sulla console Sony è implementata piuttosto bene e permette di scegliere tra un paio di opzioni per limitare il fastidio della motion sickness, che per fortuna non si è palesata quasi mai nel mio caso. Anche perché i movimenti del giocatore sono molto lenti (non si può correre o camminare velocemente), tanto che solo in un momento (in una stanza letteralmente capovolta) ho provato un leggero fastidio proprio per l’assurdità della situazione.

Per il resto non c’è molto altro da dire. La narrazione è per lo più criptica, l’atmosfera opprimente e, come già detto, difficilmente ci metterete più di un’ora e mezza-due per arrivare alla fine, anche se, nel caso voleste completare il gioco al 100% trovando tutto quello che c’è da trovare, le due ore potreste anche superarle. Non molto per un gioco che costa comunque 25 euro e, sinceramente, non ho trovato stimoli per una seconda run. Se però vi piace il genere, prediligete atmosfere di questo tipo e vi è piaciuta la demo gratuita The Walter Test Case (che funge un po’ da prequel al gioco), allora fateci un pensierino.

 

Inserzionista Carmine

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