Flat Tax e IVA: le promesse che Salvini non puo' mantenere

(Napoli)ore 09:22:00 del 06/05/2019 - Categoria: , Politica

Flat Tax e IVA: le promesse che Salvini non puo' mantenere

La pace fiscale (saldo e stralcio delle cartelle esattoriali) nel primo consiglio dei ministri

La pace fiscale (saldo e stralcio delle cartelle esattoriali) nel primo consiglio dei ministri. La flat tax per tutti al 15% a partire a gennaio 2019. Quota 100. Reddito di cittadinanza. Federalismo. Stop all’Iva. Fine del precariato. Crescita all’1%. Fine dell’austerity. E ancora: “Vinciamo le elezioni e nessuno ci chiederà i 23 miliardi di euro per evitare l’aumento dell’Iva”. Le promesse economiche di Matteo Salvini – e in generale del governo – si sprecano, ma raramente vengono mantenute. Ad eccezione del bonus nido portato effettivamente da 1.000 a 1.500 euro l’anno dallo scorso gennaio, tutto il resto è rimasto sulla carta o fortemente annacquato. La Lega però tira dritto per la sua strada e nonostante il Def escluda la flat tax al 15%, confermi l’aumento dell’Iva dal gennaio 2020 per coprire un buco da 23 miliardi e garantisca risorse a quota 100 solo per tre anni promette che si farà tutto: “Ora Flat tax senza ritardi” ha detto Salvini dopo i dati Istat che mostrano una crescita del Pil dello 0,2%.

E poco importa che in un’intervista al Fatto Quotidianoil ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dica: “Il bilancio dello Stato è di circa 800 miliardi di euro. Queste sono le risorse e la politica deve decidere come usarle. Ridurre le tasse tagliare la spesa e ritoccare l’Iva? Qualcosa va fatto. Non è possibile abbassare le tasse, far crescere la spesa e tenere l’Iva ferma”.

Dal punto di vista accademico Tria, già professore a Tor Vergata, è un sostenitore dell’aumento dell’Iva se questo serve a finanziare un taglio delle tasse. In questo, il professore Tria la pensa come la Ue: meglio spostare l’imposizione fiscale dalla tassazione diretta a quella indiretta. Nelle vesti di ministro, però, ha dovuto fare marcia indietro.

Sa bene che parlare di aumento dell’Iva a meno di un mese dalle elezioni europee è un tabù, ma sa altrettanto bene che i 23 miliardi di clausole di salvaguardia scritti a garanzia della riduzione del rapporto debito/Pil non servono tanto a Bruxelles, quando al “mercato” che ha in mano il debito italiano. Più l’Italia dimostra di non essere in grado di onorare gli impegni presi, più cresce il rischio che possa uscire dall’euro: di conseguenza gli investitori chiederebbero rendimenti maggiori per investire nei nostri titoli di Stato.

A dettare la linea politica, però, non sono tante le esigenze del Paese – a cui servirebbero alcuni anni con un avanzo primario del 3,5-4% per abbattere il debito -, quanto il richiamo delle urne: solo nel 2019, a un anno dall’inizio della legislatura, gli italiani saranno chiamati a votare 10 volte tra elezioni regionali, amministrative ed europee. Ogni tornata si trasforma in un banco di prova per l’esecutivo che vive in costante campagna elettorale.

La resa dei conti è rinviata a fine maggio quando le Europee dovrebbero cristallizzare il sorpasso della Lega ai danni dei 5 Stelle. A quel punto, al di là del colore della maggioranza all’interno dell’Europarlamento, l’esecutivo – se ancora ci sarà – dovrà dire come intende recuperare i 106 miliardi che servono far funzionare la macchina governativa per i prossimi tre anni.

Archiviata la mai aperta stagione della spending review con la nomina a commissari di Laura Castelli – che ignora il rapporto tra spread e mutui (“questo lo dice lei” rispose a Padoan quando cercava di spiegarle la relazione) – e Massimo Garavaglia – per cui il pm di Milano Giovanni Polizzi ha chiesto una condanna a 2 anni per turbativa d’asta –, le strade da battere sono poche.

Già oggi la manovra per il 2020 costa 40 miliardi di euro. Una cifra mai raggiunta neppure negli anni dell’austerity. Il conto, però, è destinato a salire perché ad ogni passaggio parlamentare onorevoli e senatori cercano di infilare tra le pieghe del testo qualche prebenda per il proprio elettorato. A peggiorare le cose c’è il tetto del deficit al 2,1% da non sforare. Insomma, l’esecutivo si trova con le mani legate e la promessa di disinnescare 23 miliardi di clausole di salvaguardia (che prevedono l’aumento dell’Iva) e avviare la flat tax (15 miliardi). In aggiunta ci sono due miliardi di spese non differibili.

Salvini ha promesso di non tagliare la spesa (quota 100 aumenta i costi per lo Stato senza aiutare l’economia) anche perché dovrebbe intervenire sulla spesa sanitaria con il rischio, però di “incidere sulla qualità dei servizi offerti”. Il governo poi racconta di voler potenziare gli investimenti e i redditi da lavoro con i rinnovi contrattuali. Tutte promesse senza coperture che portano da un incrocio pericolo: l’aumento dell’Iva, il taglio delle tasse o i tagli a Quota 100 e reddito di cittadinanza. Con il rischio di sbagliare strada e cadere nel burrone.

Da: QUI

Inserzionista Gerardo

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